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Evoluzione e alimentazione… e oggi?

di Carlo Melodia

Nel precedente editoriale abbiamo sostenuto che non esiste un primato dell’inorganico sull’organico: entrambi rappresentano stati diversi di una stessa causa efficiente, capace di modulare gli elementi in aggregazioni coerenti e complesse. Questa dinamica può essere descritta dalla logica matematica che rende ripetibili le reazioni chimiche, biochimiche e biofisiche.

La complessità del vivente, dall’individuo alla specie, si manifesta attraverso omeostasi, nascita e morte.

Essa dipende da un ciclo energetico intrinseco e limitato nel tempo, orientato più alla continuità evolutiva della vita che alla permanenza dei singoli individui.

Tutto ciò avviene in relazione all’ambiente, inizialmente predisposto proprio dalle piante attraverso l’energia solare e il processo della fotosintesi.

Gli elementi fondamentali — H, C, N e O — erano già predisposti ad aggregarsi in molecole complesse, costituendo l’impalcatura del vivente e il codice genetico capace di trasmettersi e mutare.

La mutazione, in termini probabilistici, aumenta le possibilità di adattamento.

Anche l’inorganico reagisce agli stimoli ambientali, ma in modo passivo, aumentando l’entropia.

Il vivente, invece, conserva una propria autonomia orientata alla riproduzione e all’espansione della vita attraverso il patrimonio genetico, che si adatta sia mediante mutazioni, sia attraverso impronte esperienziali accumulate nella specie e nell’individuo, secondo dinamiche epigenetiche.

L’energia dissipativa dell’Universo, resa disponibile in forme compatibili, costituisce quindi il fondamento del fenomeno vita, di cui l’uomo rappresenta una delle massime espressioni di conoscenza.

Il disegno della vita prescinde quindi dalla casualità, come sostenuto da alcuni agnostici nel nichilismo della loro coscienza incapace di espandersi in quanto priva della speranza di una continuità e di una missione universale.

Cosa che viene esclusa dalle teorie logiche fisico/matematiche in termini di indeterminazione.

Nulla è causa di sé stesso e i modelli indagati dalla fisica (forse siamo al quinto pilastro?) vanno letti senza soluzione di continuità, oltrepassando inconsapevolmente la semplice analisi oggettiva e incrociando, con l’intelletto pensante, quella soggettività analogica al pensiero che indaga e che percepisce aprioristicamente le proprie “scoperte”.

Come avvenne per i filosofi atomisti e per tutte le aspirazioni umane percepite come possibilità, poi tradotte in realtà: quindi, prima solo immaginate nella coscienza del pensiero e poi tradotte nella evidenza logica ed oggettiva.

La supposta casualità propria dell’empirismo, basata sul ri-conoscere, perde allora di significato anche in medicina; o meglio dovrebbe essere interpretata, la causalità, come un incontro già atteso in termini di potenziale predisposto ad affermare l’espansione del fenomeno vita pur nella instabilità dei singoli individui.

Come avvenne per Hahnemann nel passaggio alla stabilità della conoscenza della sperimentazione che confermò i principi secondo una verifica propositiva o conoscitiva scientifica (par. 269 Organon).

In conclusione, le prime forme viventi furono espressioni più che di causalità, che non significa nulla in termini di logica, di una precisa potenzialità, o volontà precostituita, a esprimere una autoregolazione.

Di conseguenza anche i sistemi di nutrizione della vita sono iniziati per la loro energia organizzativa intrinseca ed evolutiva.

All’inizio si basarono sulla ossido riduzione disponibile, già in assenza di ossigeno, anaerobi e sfruttando l’energia solare; questi organismi primordiali ricavarono energia essenzialmente dai minerali ferrosi che furono trasformati in ferrici; otre 3 miliardi di anni fa.  

Si trattava ancora di strutture viventi con bassa energia fino alla fotosintesi possibile per la presenza di acqua, ultravioletto e strutture elettrochimiche, delle cianoficee, capaci di scindere le molecole dell’acqua negli elementi originari di H e O; cosa che mise a disposizione nella nuova atmosfera un elemento altamente reattivo, l’ossigeno, capace di reagire, per la sua configurazione elettronica, spontaneamente, con molti elementi e molecole, reazione esoergonica, liberando energia.

Tutto ciò avviene nelle cellule eucariote, a livello dei mitocondri, organuli che si sono aggregati con i primordiali coacervi all’interno di una membrana plasmatica, con nuclei contenenti la cromatina genetica; i mitocondri sono di chiara derivazione procariotica e con un proprio DNA diverso da quello nucleare e simile per tutti i viventi che li possiedono, così come le mappe biochimiche nella loro sinergia...

Gli stessi mitocondri, in cellule con alta richiesta di energia, epatiche, nervose e muscolari, si duplicano aumentando di numero.

Il fatto interessante, come abbiamo detto, è che la struttura mitocondriale è la stessa in ogni cellula eucariota di animali e piante; ciò sta a significare l’origine simbiotica tra procarioti ed eucarioti.

Il processo che avviene a livello mitocondriale, in presenza di glucosio ed ossigeno, prende il nome di catena respiratoria ed è finalizzato a incamerare ed elaborare l’ATP, molecola ad alto contenuto energetico; cosa che consente di attivare tutta la catena biochimica.

Quindi il glucosio è il primo attivatore metabolico!

Vale la pena di osservare che l’azione dell’anti-biotico, sta a significare l’azione contraria del farmaco sul batterio.

Come ricordato, lo stesso è una cellula procariota, ovvero una struttura più semplice e senza nucleo evidente, e con DNA circolare che consente la sintesi proteica capsulare che caratterizza la sua patogenicità, spesso esaltata dalla presenza di DNA o RNA virali.

Il blocco della riproduzione batterica che è geometrica in termini di numero di bacilli duplicati nell’unità di tempo, rappresenta la finalità della terapia antibiotica, che deve essere specifica per natura del batterio.

Ma, come osservarono i biologi già negli anni 70 dello scorso secolo, l’azione del farmaco antibiotico bloccava anche la riproduzione di mitocondri (e cloroplasti) intrinseci al malato o alla pianta, proprio per essere, queste strutture, o organuli, analoghe ai batteri.

Non solo i mitocondri ma anche i saprofiti e simbionti (E. Coli) intestinali.

Tutto ciò spiega l’anergia del malato successiva al trattamento con antibiotici ed il recupero dell’assetto mitocondriale iniziale che va da qualche settimana fino a diversi mesi.      

Detto ciò, siamo quindi nel capitolo dell’alimentazione che è necessità di vita e di evoluzione.

L’alimentazione animale, già degradata in termini energetici, come è evidente dalla piramide alimentare che vede le piante produttrici dirette della energia chimica, si basò sulla assunzione di molecole organiche già trasformate, principi alimentari.

Risulta di facile comprensione, a questo punto del nostro discorso sintetico (intelligenti pauca), ma unitario e conseguente ai nostri scritti precedenti, che l’alimentazione si è sviluppata non solo secondo specie, ma anche per disponibilità ambientale regionale; prima che l’uomo antropizzasse l’ambiente e consentisse a tutti di accedere ai principi nobili alimentari, proteine, carboidrati, lipidi e vitamine attraverso l’addomesticamento del territorio con l’allevamento, l’agricoltura e la pesca.

Il Professore Mario Mancini, direttore della clinica medica all’Università di Napoli, Maestro della dietetica dell’uomo e che seguii dopo la specializzazione da volontario nel suo Day Hospital, sosteneva, assieme a Messina e Cairella (dietetica) che in generale nell’alimentazione umana, anche per i suoi studi epidemiologici  a carattere territoriale, le necessità metaboliche dell’individuo in buono stato di salute, variabili leggermente per fascia di età e stati di fisiologia speciale come gravidanza e allattamento si attestavano nelle quote di 60% di carboidrati, 20/25% di lipidi e 15/20% di proteine; in aggiunta, acqua, vitamine e minerali da fonti esterne ma principalmente alimentari.

Significando che:

nessun principio alimentare potesse essere tralasciato

in quanto ciascuno rappresenta una necessità per la vita dell’organismo!

  • Carboidrati. Sono la fonte diretta dell’energia (4 Kcal x g.); come abbiamo descritto con la funzione mitocondriale e non se ne può fare a meno! Essi non si accumulano come riserva come avviene nelle piante. Quindi vanno assunti per ottemperare alle richieste di energia negli orari fatidici di lavoro che sono di solito giornalieri. Lavoro sia intellettuale, cellula nervosa, e sia fisico. Per comprendere meglio la ratio di tutto ciò è inutile assumere pasta e carboidrati alla sera e poi andare a dormire. Il carboidrato in eccesso viene trasformato in grasso attraverso la lipidogenesi… naturalmente, come per gli altri principi alimentari, risulta fondamentale valutare l’alimento che contiene il carboidrato complessivamente tenendo conto della necessità e idiosincrasia individuale: frutta (dolce, acida, semidolce), cereali, ortaggi e loro contenuto in cellulosa, calcio, alcaloidi, precursori dell’acido urico &co.
  • Proteine.Con le loro catene amminoacidiche, il valore delle proteine è plastico e strutturale. Muscoli scheletrici e non e impalcatura corporea sono ad alto contenuto proteico. Come pure le proteine formano strutture biologiche come le membrane plasmatiche che sono lipoproteiche. Il significato biologico delle proteine alimentari è quello della crescita e anche riparativa. La quota alimentare va aumentata nella crescita e nell’allattamento. La proteina ha un relativo significato calorico (4 Kcal x grammo) in quanto l’organismo in assenza di zuccheri per bruciare le proteine deve prima trasformarle in carboidrati, gluconeogenesi, che è una via energeticamente dispendiosa. Inoltre, le proteine vengono rimosse a livello scheletrico e ancora la diminuzione delle albumine nel sangue può creare ascite e altro come nella denutrizione grave. In passato le diete degli atleti erano basate su carne e insalate. Tutto ciò indeboliva la prestazione sportiva con improvvisa caduta energetica degli atleti. Ai mondiali di calcio del 1982 il regime alimentare, a causa di ciò, fu corretto con introduzione di spaghetti al posto della carne prima della partita. I cali di energia sparirono e l’Italia vinse il mondiale. Da allora il regime di molti atleti, principalmente tennisti, si orientò sulla assunzione di carboidrati subito prima la discesa in campo… Gli aminoacidi inoltre hanno una azione dinamico specifica sulla tiroide accelerando il metabolismo cosa che ha portato molti nutrizionisti, quantomeno improvvisati, a prescrivere alle pazienti preoccupate del loro peso, ad assume quote elevate di proteine piuttosto che carboidrati e lipidi. Cosa ben accetta dalle richiedenti che poi arrivavano al nostro Day Hospital con tachicardia e ansietà; nelle stesse indicazioni spesso venivano prescritti estratti tiroidei o alghe a contenuto di Iodio; ricordo che avevamo l’obbligo di notificare queste prescrizioni alle autorità competenti. Il tutto negando il “primum non nocère” di ippocratica memoria.  
  • Lipidi. Il valore biologico dei lipidi è strutturale, membrane plasmatiche del sistema nervoso, tessuto calorico (9 Kcal x g.), di riserva e protettivo dal freddo degli organi centrali e protezione meccanica. I lipidi si trasformano in zuccheri al primo segnale di carenza e lo fanno attraverso una gluconeogenesi che passa attraverso la chetogenesi che è una condizione di acidosi. I digiuni prolungati dai carboidrati creano quindi acidosi metabolica. Una delle conseguenze gravi della chetoacidosi è la resistenza insulinica e conseguente aumento di glucosio nel sangue; il tutto può comportare un lavoro renale mirato da eliminare l’acidosi e nel contempo anche la presenza di glucosio nelle arteriole renali può deteriorarle indebolendo la funzione filtrativa renale con conseguenze immaginabili.

La necessaria sintesi dell’Editoriale ha semplificato un argomento centrale per la salute del cittadino.

Per questa centralità molte sono le promesse e proposte di un regime o dieta giusta.

Alcune di queste proposte tengono in conto calorie e principi alimentari e si disinteressano dell’alimento che li contiene, carni varie di animali, pesce, molluschi etc., ognuna con tollerabilità differente per fibre, colesterolo, acido urico, idiosincrasia del malato & co.

Così per gli altri principi.

In realtà, partendo dal malato, alla maniera ippocratica, come avviene nella metodica omeopatica, risulta intrinseco valutare anche la dinamica unitaria vitalistica del malato.

Ovvero durante la cura, al variare dei gradi di libertà o di salute del malato, anche la tolleranza alimentare varia come le necessità i desideri o le perversioni; queste ultime alle volte dipendono dalla patologia in atto!

Così, anche una dieta quantitativa non riesce a far diminuire il peso, nonostante l’impegno fisico, mentale ed economico, in quanto va corretta innanzitutto la causa di quel metabolismo o l’attitudine bulimica.

Se leggiamo le patogenesi sperimentali di certi rimedi emergono, per ognuno, le idiosincrasie alimentari, le avversioni, i desideri e gli aggravamenti che certi alimenti e bevande potrebbero provocare.

Detto ciò, l’omeopata, nell’indicare “il comportamento alimentare” non inventerà stili o metodi vari da applicare a tutti schematicamente, abolendo questo o quello, come dannoso o viceversa, per i pazienti alla sua attenzione.

Come al solito l’omeopata sarà coerente con la Scienza omeopatica sperimentale che per quella analogia di malato e di rimedio è già in possesso per dati evidenti nei Repertori e Materie Mediche, dei nomi di alimenti che aggravano quel soggetto nella sua predisposizione causale; quindi, per quell’individuo (ad es. Lycopodium) il medico già conosce le sue intolleranze, aggravamenti, avversioni e desideri di certi cibi e di conseguenza, può invitare il malato ad evitarli.

Cosa che in realtà lascia libero il paziente da obbligazioni rigide e spesso mal sopportate o di difficile applicazione pratica fuori casa.

Altra cosa è la diettetica clinica... subordinata allo stato della malattia.

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