logoluimomob

Write a comment

L’immagine tassonomica filogenetica come espressione piramidale di evoluzione e adattamento della vita in simbiosi con l’ambiente secondo la visione olistica, come insegna l’etologia

di Francesco Eugenio Negro

La tassonomia linneiana è la classificazione dei viventi in differenti ordini gerarchici.

La immaginerei come tanti anelli che si rimpiccoliscono man mano fino ad arrivare a noi sapiens.

Ulteriori conoscenze hanno allargato i livelli gerarchici specializzandosi sempre più, ma il sistema linneiano resta quello di riferimento.

Ogni anello ha caratteristiche comuni che precedono quelle del successivo.

Precedono, quasi anticipandolo.

Così che, pur rimanendo con le proprie caratteristiche specifiche, si inserisce in quello successivo.

Per cui, leggendo il primo grande anello regno, tutti appartengono, ad es., a quello animale.

Segue il phylum, poi la classe, l’ordine, la famiglia, il genere e la specie.

Per l’essere umano, il regno è animale, il phylum cordati, la classe mammiferi, l’ordine primati, la famiglia hominidi, il genere homo, la specie sapiens.

Se leggiamo con più attenzione vediamo che moltissime specie hanno queste caratteristiche differenziando noi sapiens certamente solo nelle ultime due classificazioni.

Così può diventare particolarmente utile lo studio dell’etologia.

Il comportamento animale aiuta a comprendere meglio il nostro.

Non dobbiamo dimenticare che, noi sapiens abbiamo sviluppato le più importanti tecnologie con l’osservazione di noi stessi o della Natura.

Per fare due semplici esempi. I tubi dei termosifoni ricordano la nostra circolazione, fino al computer che imita il cervello e la memoria.

Leonardo ci insegna come osservasse la Natura e traesse spunti imitativi. Consideriamo come appartenenti a diverse classificazioni interagiscono indirettamente con altre, addirittura con il regno vegetale, basti pensare ai colibrì che indirettamente impollinano fiori o agli elefanti che, nel loro sterco, trasportano semi che diventeranno piante, come alle termiti che, nell’Okavango, in Botswana, costruiscono i loro termitai che lentamente diventeranno isole, popolate da mammiferi. Senza dimenticare le api.

Tutto è necessario e interagente.

In una lettura trasversale che supera le diversità, si legge come tutta la vita sia collegata.

A partire dai cianobatteri, senza i quali, con la fotosintesi non avrebbe potuto esserci l’atmosfera.

Parliamo di miliardi di anni fa.

L’uomo era impensabile.

La prima cellula, con caratteristiche di difesa (membrana) e riproduzione (nucleo) è di tre miliardi e ottocento milioni di anni fa.

L’origine della vita, il passaggio dall’inorganico all’organico, pur avendo tante ipotesi, è ancora avvolto nel mistero.

È un problema difficile come quello della coscienza.

Questo modo di ragionare, opposto a una visione parcellare, è l’olismo, che non esclude il particolare ma lo inserisce in una complessità.

Si sta incominciando a rivedere il mondo in questa maniera.

Uno per tutti, tutti per uno.

Il totale è superiore alla somma delle parti.

Le caratteristiche di un sistema non possono essere spiegate solo con i singoli componenti e le loro caratteristiche.

Facciamo un esempio artistico.

Vediamo il mondo come un grande mosaico con tante tessere.

Alcune, ad esempio la perdita di quelle che mostrano l’iride sarebbero più evidenziabili con la loro mancanza.

Ma anche una stella lontana sperduta che forma il cielo confondendosi con migliaia di altre ha la sua importanza, perché la sua scomparsa renderebbe meno solido l’intero mosaico.

Tutti coloro che credono nel parcellare e nell’ultra specializzazione che vuol dire sapere quasi tutto di quasi niente, considerano questo modo di ragionare pseudoscientifico.

Poco importa, i fatti vincono sempre sulle teorie che, in quanto tali, a differenza dei fatti devono, per avere valore, essere dimostrate.

Quanto ho descritto è quello che vediamo se ci affacciamo alla finestra in una bella giornata di sole. Tutto si collega, compresa la nostra felicità. Il corpo e l’orchestra delle sue funzioni e agiscono insieme con la mente.

Questa visione, che parte da lontano, la applico quotidianamente nel prendermi cura della persona che mi chiede aiuto.

 

 

Recuperare la visione filosofica unitaria della dinamica universale è l’unico mezzo di salvataggio che ci preserva, come medici, anche e soprattutto, dal pericolo del nichilismo mentale e dalla anergia caotica e dissipativa dei modelli interpretativi lineari che vedono solo gli effetti, ma sono incapaci di trovare una sintesi causale della sofferenza del malato

di Carlo Melodia

Caro Francesco, grazie per avere voluto introdurre a questo punto del discorso del lunedì, che rappresenta un racconto consequenziale, l’immagine di una visione dinamico-evolutiva della esistenza.

Da tutto ciò emerge, in modo incontrovertibile, una causa intelligente che ha consentito e consente, nell’universo e sulla terra anche biologica, un rapporto di coerenza evolutiva con l’ambiente in un modellamento reciproco tra organico e inorganico; senza il primato di uno sull’altro.

La visione di Aristotele, primo vero biologo della storia, come acutamente ricordò il profondo Bertrand Russel, è riuscita a semplificare la consapevolezza di una complessità evidente del mondo introducendo i concetti di fondamentali, poi ripresi dalla matematica in termini di assiomi e di postulati, e il concetto di forma che, come hai ricordato, è dinamica ed esprime una nuova funzione, superiore, rispetto ai componenti; come ci ricordano, tra l’altro, le caratteristiche dell’acqua, come unione fisica di due elementi H e O che sono gas con altre proprietà fisico chimiche.

Avere parlato di tassonomia ricorda quanto l’evoluzione sia stata coerente.

E, come hai mostrato parlando di evoluzione piramidale con al vertice l’uomo, hai simbolicamente ricordato che la finalità dell’evoluzione stessa era quella della conoscenza rappresentata proprio con lo sviluppo sensoriale umano, ultima tappa evolutiva.

In quanto l’evoluzione della coscienza va oltre il corpo: essa è in grado di realizzare i propri pensieri traducendoli in azioni attive e concrete e quindi antropizzando l’ambiente, ovvero modulandolo secondo necessità.

Ribaltando quindi il concetto di adattamento all’ambiente; in quanto è ora l’ambiente, attraverso l’azione umana consapevole, ad adattarsi alle necessità antropiche (ma spesso con guasti enormi quando si perde anche qui la visione unitaria).

Quella della modifica programmata dell’ambiente risulta impossibile, come hai ricordato in altra, per lo scimpanzè, a cui manca proprio il gene evolutivo per tutto ciò.

D’altra parte, la stessa antropizzazione umana non è paragonabile alla azione inconsapevole delle termiti o alla passività degli accumuli calcarei da parte di molluschi e crostacei dei loro gusci che hanno determinato le rocce calcaree o delle cianoficee, quelle alghe che hanno liberato l’ossigeno dalle acque e che ha formato la prima atmosfera con la possibilità di ossido riduzione; cosa che ha fatto moltiplicare la vita.

Il fatto più interessante per il medico, a questo punto, è quello di percepire l’uomo e l’ambiente in termini unitari e senza soluzione di continuità anche tra specie.

Organismi diversi non hanno componenti biologiche diverse ma diversamente distribuite secondo gradi di complessità e con finalità di adattamento peculiari e spesso di simbiosi di gruppo…

L’uomo, unico, al vertice della scala evolutiva, conserva, nel suo DNA, tutte le tappe evolutive filogenetiche che lo hanno preceduto.

Osservando l’embriogenesi umana dallo zigote in poi, emerge una affinità tra i Phyla del regno animale che mostra come l’embrione, nella sua ontogenesi, ripercorra le tappe filogenetiche.

Esse sono sovrapponibili embriogeneticamente nella morfologia sino allo stadio di evoluzione.

Solo una piccola parte di tutto, il DNA evolutivo presente nella cromatina nei nuclei nelle nostre cellule, diventa attivo nelle funzioni di vita, una volta che le cellule toti potenti si sono differenziate più o meno stabilmente formando tessuti organi ed apparati.

Solo alcuni tessuti, come quello di Hoffa, conservano ancora cellule capaci di differenziarsi per le finalità riparative autonome…

Per tutto ciò hai usato il termine olistico, non sempre condiviso da molti omeopati, ma che, secondo me, invece, rappresenta bene l’impostazione dottrinaria ippocratica e hahnemanniana per la lettura della vita individuale e dei sistemi viventi.

Infatti, il termine “olistico” deriva dalla parola greca “όλων – holon” che significa qualcosa che contemporaneamente rappresenta una parte e il tutto.

Che cosa deriva da cosa e cosa determina!? anche al variare delle condizioni esterne al sistema! Aperto per definizione di vita.

In particolare, l’approccio medico “olistico” rappresenta una modalità di comprensione delle circostanze complessive osservate in cui il “malato” viene descritto nella sua sintomatologia analitica soggettiva e oggettiva in una correlazione necessariamente unitaria.

Ciò significa che ogni aspetto sintomatologico non può essere considerato dal medico come un quid separato e di possibile valutazione indipendente, ma come qualcosa da dover valutare solo unitariamente, in rapporto di coerenza con gli altri sintomi con i quali concorre a determinare l’immagine umana da curare.

Solo secondariamente a questo tipo di osservazione del malato, minuziosa ma complessiva in termini dinamici e reattivi, si potrà e si dovrà far scaturire una diagnosi esclusiva di sofferenza di quella persona umana malata.

Nella visione olistica, quindi, la malattia diagnosticata come entità nosografica perderà, in questa modalità di approccio medico, il carattere di uniformità e artificiosità per assumere, nella visione unitaria del malato, le sembianze umane, uniche e irripetibili, del portatore della stessa!

You must login to post a comment.
You are a guest ( Sign Up ? )
Loading comment... The comment will be refreshed after 00:00.

Be the first to comment.

CERCA NEL SITO

www.medicofuturo.org

L'Informazione omeopatica
a cura della LUIMO: