Francesco Eugenio Negro[1] redazionale del 4 maggio[2]
Quando nel precedente passaggio redazionale “osai” definire Francesco Negro “Maestro”, come tutti abbiamo letto, il nostro respinse decisamente questa mia libera ma sentita attribuzione.
Al termine della serata del 24 aprile, con Negro e Rispoli[3], raccolsi effettivamente commenti espliciti sulla qualità eccelsa degli interventi ascoltati dai relatori; commenti che travalicavano i titoli dei contenuti calendarizzati per quell’incontro.
A me venne spontaneo, dopo aver riflettuto sui feedback che mi arrivarono, chiamare Maestro l’amico Negro e definire chi fosse il Maestro.
Maestro non è semplicemente il medico che applica la scienza della malattia, ma quell’uomo medico che prima della ragione, alla stregua ippocratica, vede l’uomo malato attraverso l’intelletto, riconosce lo stato di Illness oltre alla definizione di Disease attraverso lo specchio delle cose percepite che risiede in tutti noi; quando questo non è offuscato dalle interferenze di una logica imposta da cui ci facciamo spesso dominare negli inciampi del nostro libero arbitrio che forzano spesso il principio dell’etica: essa precede la semplice ragione analitica.
Il Maestro, dunque, e Francesco lo è, come lo fu il padre Antonio, possiede la capacità innata (dono?) di dare un senso unitario alle esperienze del vissuto, con l’essenzialità di chi vive nella chiarezza, “intelligenti pauca”.
Ricordo che questa sua capacità di utilizzare al meglio sintassi e parole la osservai in particolare quando preparammo gli argomenti storici richiesti dal Rispoli; riguardo all’omeopatia da esporre nel Museo degli Incurabili.
Mentre Negro riduceva le frasi all’essenziale con una sintassi lineare e me le dettava, mi accorgevo che quella lettura coglieva biunivocamente l’essenzialità della nostra natura, quindi non solo la ragione, ma principalmente quella parte interiore, quella non corrotta dal dubbio; tutto diventava un riconoscere qualcosa che avevi già in te e che raggiungi solo attraverso il linguaggio semplice, puro e direi materno; parafrasando quanto sostenuto in principio da Alma Rodriguez[4] che esemplificava in questi termini la peculiarità della sperimentazione omeopatica ai suoi studenti.
Leggere o ascoltare il suo pensiero, nonostante ci conosciamo da tempo, diventa sempre una esperienza, una novità, che si allinea ogni volta alla circostanza, al periodo storico e ai dubbi emergenti di un divenire che sembra mutare continuamente e dove il mancato adattamento si traduce nella sofferenza di un disallineamento preconcetto: “ai miei tempi, non mi riconosco più in questa vita…”
Grazie Francesco.
Semplicità ed Empatia[5]
Dopo tante lezioni e conferenze e pratica clinica della medicina della persona che, in terapia, si chiama omeopatia, ho scritto un piccolo testo Semplicità ed Empatia che evidenzia le parole chiave della mia esperienza medica.
Esperienza. Hahnemann scrive nel 1805 Heilkunde der Erfarhung sul Journal di Hufeland.
È un richiamo al valore dell’esperienza e un invito alla prudenza nella pratica medica che deve prevedere, quando necessario, anche il ricorso alla chirurgia.
Esperienza da ex-perior, tento, provo…
L’esperienza è la nostra accompagnatrice di viaggio.
Aumenta progressivamente nel tempo dividendosi tra risultati positivi ed errori, entrambi importanti per la nostra evoluzione che deve sempre alternarsi tra curiosità e dubbio.
Strettamente connesso è il termine esperire, venire in cognizione. In comune perior.
La sperimentazione accresce e determina l’esperienza.
La sperimentazione, in omeopatia, avviene con il proving sull’uomo sano.
Nell’Organon, Hahnemann descrive le regole della semplicità del proving: “dalla sperimentazione sia escluso quanto possa essere supposizione, osservazione gratuita o invenzione, in esso sia soltanto il linguaggio puro della Natura interrogato con intelligenza e onestà”.
Mentre la prescrizione in medicina è l’applicazione di una farmacodinamia legata al sintomo, cioè una sperimentazione con previsione di risultati precedentemente confermati dalla statistica “ab usu in morbis”, in omeopatia, se viene prescritto correttamente il simillimum, grazie alla conoscenza frutto dell’esperienza, non c’è una sperimentazione ma una corretta terapia predittiva in quanto il medico ha esaminato anche l’aspetto mentale e il vissuto, rivolgendosi, così, non tanto al sintomo, piuttosto a come quella singola persona lo manifesta.
La guarigione attraverso il simile diventa così una semplice verifica che conferma un paradigma, quello omeopatico, stabile nel tempo.
Una terapia su misura, una medicina individualizzata.
Il rimedio omeopatico è semplice, rein, come scrive Hahnemann nella Reine Arzneimittellere, Materia medica pura, pubblicata in sei volumi a partire dal 1811.
Rein, puro, è un aggettivo che si può intendere come semplice, anche per la modalità di prescrizione e preparazione.
La sua singolarità è antitesi alla polifarmacia.
La semplicità vince sempre, anche in matematica, a parità di equazioni risolutive, si sceglie la più semplice che, non a caso, è anche la più elegante.
Empatia è fare proprie le sofferenze altrui. Immedesimarsi e quindi rendersi disponibili.
Suscitare nell’altro un sentimento di fiducia che lo spinge a confidarsi pienamente perché sa di essere protetto.
Tutto questo ha il presupposto di vedere l’uomo come fine e non come mezzo, come insegna Kant.
Fa parte dell’approccio naturale del medico che, per prendersi cura della persona, deve averla conosciuta nella sua totalità di corpo, mente e spirito, esaminando la patologia in chiave olistica, dove organi e funzioni vengono esaminati in un insieme, una complessità collegata, se si vuole ripristinare la salute.
Semplicità ed empatia sintesi di medicina.
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[1] Professore Francesco Eugenio Negro, omeopata, endocrinologo, scrittore e autore di numerosi saggi, conferenziere, fine oratore, Presidente del Museo della Omeopatia di Roma, Fondazione Antonio Negro.
[2] Carlo Melodia.
[3] Professore Gennaro Rispoli, chirurgo, Direttore del Museo delle Scienze ed Arti Mediche, il Faro di Ippocrate, presso l’Ospedale degli Incurabili di Napoli, referente del polo storico-medico del complesso di Santa Maria della Pace (UNESCO) e della sala/chiesa del Lazzaretto. Storico eccelso e Conferenziere.
[4] Adele Alma Rodriguez, medico chirurgo, fondatore della LUIMO, rappresentante di bioetica e delle MNC della FNOMCeO. Formulò nel 2009 in XII Commissione affari del Senato della Repubblica, la definizione, poi adottata universalmente, della medicina omeopatica. Organizzò Congressi di omeopatia ma soprattutto Forum di confronto con la medicina Convenzionale; anche in tema di sperimentazione (Sorrento 2000).
[5] Riflessioni di Francesco Eugenio Negro.
