Editoriale
Il 07-02-2026 si è svolto il seminario sul tema “psichismo e omeopatia” organizzato dalla LUIMO, che ha visto relatori Andrea Aversa ed il sottoscritto.
Tra i partecipanti, diversi medici non ancora omeopati e neanche studenti di omeopatia.
Naturalmente, scoprire, senza una preparazione propedeutica, e alla luce della sola formazione di base in medicina, che un rimedio omeopatico possa agire contemporaneamente sul corpo e sullo psichismo determinando gradi di libertà di vita e prospettive maggiori, diventa difficile e/o incomprensibile.
Quindi, parlare di un’azione unitaria del rimedio omeopatico, risuonante non solo sulle funzioni organiche, ma anche sullo psichismo correlato e caratterizzato da comportamenti e abitudini già consolidate, come adattamento alle difficoltà pregresse o acquisite, potrebbe quantomeno sembrare strano o esagerato.
In questo ultimo passaggio va osservato però, in modo acuto, che il semplice stato di benessere (corpo-mente) corrisponde ad una ri-trovata autonomia di pensieri e di scelte sempre in comunione operosa con l’ambiente.
L’individuo, liberandosi delle sue protezioni artificiose, spesso stratificate, coerenti e in alleanza con la “diminutio” della malattia, ritornando in salute, riprende il suo ruolo di persona per i ritrovati gradi di libertà di funzioni organiche e di pensiero e viceversa; comunque, in correlazione unitaria.
Questo è il vero scopo della nostra esistenza, osservata in una visione unitaria spazio temporale.
Essa è diretta ad evolvere nell’adattamento all’ambiente (che viene antropizzato dall’intelligenza) e parallelamente nella conoscenza e nella coscienza umana quando non si è rinchiusi nel nichilismo di una personale gabbia di protezione dalle malattie “proteiformi” del genere umano; di cui ognuno rappresenta un piccolo tassello nella sua dimensione peculiare di soggetto storico.
Un mondo così, è sotto gli occhi di tutti, vive dei buchi neri di interruzione energetica e si esprime con la sopraffazione; in un artefatto di pensiero condizionato dal suo malessere originale che si traduce nella malattia personale, familiare e sociale e che non si risolve restando nel pregiudizio della ragione.
Il tutto si manifesta con una eterna conflittualità tra egoismi che si confrontano, in modo rigido, inconsapevole e incosciente, con un eterno scontro dialettico e conflittuale, anche fisico, finalizzato a imporre la giustezza delle proprie pretese e la difesa dei propri interessi, secondo la logica schematica di sillogismi preconcetti e vuoti di significato, il tutto dettato dall’isolamento della paura esistenziale.
Ortega affermò che il tutto sociale era l’espressione unitaria dei malesseri dei singoli componenti, aggiungendo e aspirando ad un intervento possibile di riequilibrio della società umana proprio attraverso le potenzialità, ancora in parte inespresse e incomprese, anche da molti operatori, della medicina omeopatica.
Lo stralcio della lezione del 2004 del nostro Maestro, Adele Alma Rodriguez, che pubblichiamo, ci porta, o ci riporta, magistralmente, ad osservare quanto le sicurezze schematiche e lineari abbiano ingabbiato il pensiero e l’intelletto.
Favorendo così lo schema rigido della ragione applicata e rivolta allo schema organico della malattia, piuttosto che alla unità psico-fisica-relazionale propria del malato, da parte del medico tecnico relegato nella competenza della sua specializzazione.
Il nichilismo di questa visione distrettuale della persona umana non consente neanche di recuperare la percezione della realtà naturale, che è unitaria, in un dinamismo preordinato secondo la “forma aristotelica” e/o la visione dinamica unitaria del modello olistico.
La coscienza unitaria può essere percepita solo nella sfera intellettiva dell’uomo, soggetto, piuttosto che nella sterilità di una “ragione” che nasce come lettura acritica e statistica delle evidenze intese nella loro passiva oggettività… e l’uomo?
Carlo Melodia
LINEE GUIDA PER UN APPROCCIO OMEOPATICO[1]
I Principi del Metodo omeopatico
1) Natura morborum medicatrix – la natura è maestra di tutte le scienze e arti.
2) La medicina come scienza deve avere come guida solo gli insegnamenti evidenti della natura.
3) Similia similibus curentur – se la natura è l’agente principale nella cura degli stati di malattia, essa deve essere imitata ed aiutata nei suoi sforzi curativi.
4) L’individualità morbosa è una realtà evidente, ogni persona si ammala secondo la propria idiosincrasia, ognuno è un caso unico, così come un animale si ammala in maniera caratteristica per la propria specie.
5) Ogni rimedio rivela una patogenesi, una individualità di azione.
6) I rimedi agiscono per la loro azione dinamica e non per meccanismi di azione fisico-chimici.
7) Le dosi dinamizzate sviluppano una azione dinamica.
8) Le dosi ponderali provocano una azione primaria e una azione secondaria reattiva.
9) Le dosi ultramolecolari provocano solamente una reazione dinamica più sottile che si associa alla suscettibilità morbosa.
10) I palliativi agiscono bloccando l’azione curativa o reattiva autonoma dell’organismo, impedendone la guarigione.
11) Ogni stato di malattia è espressione della reazione (omeostasi) dell’organismo diretta contro la causa che l’ha prodotto. Questo tentativo autonomo di reazione tende a preservare e prolungare la vita attraverso un adattamento dinamico. Paradossalmente, la malattia è l’espressione dell’autodifesa dell’organismo[2].
Le linee guida, fondamentali per un approccio omeopatico riguardano:
• che cosa significa prendere un caso[3],
• come dobbiamo capire questo caso,
• chi è l’attore principale della presa del caso.
Base di partenza è la conoscenza; il medico deve conoscere se stesso, essere in grado di auto osservarsi perché è dall’auto osservazione che nasce poi quella capacità di relazionarsi con il paziente in maniera empatica.
Perché se al medico manca un parametro di confronto, in questo caso se stesso, condizionato come è dalla formazione medica classica, rischia di concentrare tutta la sua attenzione ed energie solo sulla malattia il che è l’antitesi del pensiero e dell’approccio omeopatico.
Questo non significa essere apodittici; significa solamente che la medicina ha due facce, che guardano in due direzioni opposte, che potrebbero forse un giorno avvicinarsi, ma tutto dipende dalla convergenza nella formazione del medico.
Questo è un grosso scoglio da superare, aggravato dal fatto che oggigiorno qualsiasi terapeutica di tipo non convenzionale è etichettata come “omeopatica”.
Partiamo da un esempio per delineare sempre di più l’approccio omeopatico, consideriamo il trattamento del dolore: calmare un dolore è senz’altro un atto importante; da medici siamo tentati sulle prime di fare qualcosa tempestivamente per far lenire un dolore, ma che cos’è il dolore se non il grido dell’organismo che ci vuole comunicare che c’è qualche cosa che non funziona?
Per cui calmando il dolore, sopprimiamo la sua richiesta di aiuto, lo zittiamo, agiamo contro…
Ai tempi di Hahnemann come ai nostri giorni, spesso l’agire medico assume un carattere soppressivo[4].
Altro punto focale è la ricerca delle cause, andiamo a ricercare quei meccanismi che potrebbero essere responsabili degli effetti che chiamiamo malattia e oggi lo facciamo addentrandoci nell’organismo in maniera sempre più minuziosa, fino ad arrivare ai suoi componenti più piccoli: i geni.
Certo se seguiamo lo sviluppo della scienza medica nel tempo scopriamo che i meccanismi fisiologici e fisiopatologici non hanno più segreti per noi, e la farmacologia è sempre più specializzata, ma in tutto questo abbiamo trascurato di conoscere l’essere umano nella sua individualità.
Ossia, ci siamo guadagnati la possibilità di riconoscere “la malattia”, la malattia uguale per tutti.
Siamo ai massimi livelli teorici e sperimentali per quanto concerne le malattie, ma il malato?
Quello che noi invece vogliamo proporvi è proprio la conoscenza del malato, persona umana, unica e irripetibile, e lo vogliamo fare partendo da noi stessi come persone prima ancora che medici.
Riconoscere se stessi nello stato di salute, con tutto quello che è il nostro patrimonio: chimico, biochimico, e genetico – perché no? – ma soprattutto conoscere il nostro essere e il nostro modo di esistere.
Questo deve essere il nostro parametro, perché in quanto “viventi” siamo suscettibili, a un certo momento della nostra vita, per circostanze interne ed esterne, di un cambiamento e cambieremo in maniera differente, caratteristica, uguale solo a noi stessi.
Possiamo cambiare a livello fisico o funzionale, e con un farmaco anche mettere a posto le cose, ma chiediamoci il perché, perché è successo? Per poter dare una risposta a questi perché dobbiamo essere in grado di captare i segnali e comprendere che cos’è che non funziona.
Prima abbiamo detto: fattori interni ed esterni possono perturbare il nostro apparente equilibrio, ma dobbiamo cominciare a considerare eziologia non solo gli agenti patogeni che ben conosciamo, ma anche le circostanze di ordine volitivo, affettivo, ambientale, lavorativo, ecc., che avversano la nostra esistenza.
Per poterle riconoscere, il medico deve conoscere quelle variazioni di ordine funzionale, o meglio di ordine dinamico, quelle trasformazioni che implicano a volte anche un cambio nel carattere, e che portano una persona ad allontanarsi dalla sua vera natura.
Che cosa più dell’osservazione di se stesso potrà aiutarlo ad acquisire questa consapevolezza?
Oggi come oggi, personalmente ho un’idea abbastanza chiara della variabilità dell’essere umano, e qui ci addentriamo in un discorso di tipo sociologico molto complesso, che però non è da trascurare perché influenza non poco il vivere quotidiano.
Pensate a quante situazioni è sottoposto oggi un medico tradizionale, di quanti strumenti diagnostici dispone, e a quante sollecitazioni e interferenze è esposto; tutti fattori determinanti per la direzione del suo operato.
L’auto osservazione ci permette di capire che cosa motiva i nostri cambi di direzione che, partendo dal profondo di noi stessi, dal sentire e percepire l’identità personale prima come individui e poi come professionisti.
Il medico deve sapere chi è come persona, comprendere qual è la sua suscettibilità morbosa, poter individuare prima su di lui che cosa sono i sintomi peculiari, eccezionali, straordinari.
Deve conoscere per poter riconoscere nel paziente quel qualcosa che non ci permette di sentire la pienezza dell’esistenza, e potersi proiettare in una dimensione in continua trasformazione.
Non abbiamo la consapevolezza dell’essere, di chi siamo?
Siamo tutto, dal delinquente all’angelo, tutti, nessuno escluso.
Come il medico, anche il paziente in quanto uomo è soggetto a condizionamenti di vario ordine, per cui, al di là dei suoi racconti più o meno incisivi, sarebbe molto utile osservare come si muove e interagisce con il suo ambiente familiare, sociale e lavorativo. Purtroppo, non è sempre possibile, diciamo quasi mai, e allora dobbiamo affidarci e fidarci di quello che riusciamo a desumere dal suo racconto e da tutta la massa d’informazioni, per cogliere quella serie di sintomi che sono portavoce della sua sofferenza. Capite l’importanza della sperimentazione e dell’auto osservazione? Nella sperimentazione andiamo a cercare proprio quella serie di sintomi, che ci deve portare alla guarigione.
È evidente, che il percorso è lungo e passa attraverso l’acquisizione di fatti e cose che dobbiamo saper vedere: come vive il paziente, che cosa mangia, qual è la sua igiene di vita; per Hahnemann “l’igiene” di vita comprende tutto ciò che riguarda la vita intima del soggetto.
Potremo così individuare quei sintomi che definiamo “caratteristici” e che possono mettere in evidenza il momento specifico in cui la suscettibilità morbosa è stata sollecitata, slatentizzata e si è manifestata come malattia.
Domanda[5]: A volte, ci sono alcuni colleghi omeopati che non si curano da sé, o non curano i propri parenti, i proprio familiari stretti, ma si fanno curare da altri, anche se sono affermati professionisti. È possibile questo? È verosimile? Succede forse perché non si riesce ad essere obiettivi.
Dr.ssa Rodriguez: Certo che è verosimile, è molto verosimile. E ritengo che il motivo stia proprio nel fatto che nel loro percorso formativo come omeopati, non hanno fatto esperienza su se stessi, di osservazione e sperimentazione.
Replica: Può essere anche un atteggiamento, di prudenza affidarsi a un altro nella misura in cui può essere più freddo, più distaccato, insomma, c’è una componente emotiva?
Dr.ssa Rodriguez: La componente emotiva può essere una spiegazione certamente, ma Hahnemann ci ha detto che la medicina omeopatica è una verità, verità che possiamo ricercare e verificare su noi stessi raggiungendo una sempre maggiore sicurezza nel nostro operare attraverso la comprensione e il superamento delle nostre resistenze emotive.
Domanda: Dottoressa, io l’ho provata su di me la medicina omeopatica, in un periodo in cui mi sentivo male, e sono stata bene ma, uscita da quel periodo difficile, non ho continuato a curarmi, purtroppo è una mentalità diffusa quella del: “finché posso me lo tengo”, così ci abituiamo a convivere con tanti piccoli disturbi.
Dr.ssa Rodriguez: Sì, è vero, la maggioranza di noi, dice: vabbè, ce l’ho, me lo tengo, compresa me, e questo può sembrare un atteggiamento positivo, ma se ci pensiamo bene è altresì insidioso fare l’abitudine alla sofferenza.
Replica: Quando mi sono auto trattata con la medicina omeopatica, stavo veramente male; dopo la laurea mi ero specializzata e, conclusi gli studi, avevo cominciato a lavorare, dopo un sacco di volontariato, negli ospedali, al policlinico, mi sono trovata a contatto con la realtà lavorativa vera e propria, fatta di 800 bambini, bronchiti, bronchioliti, e mamme ansiose, gente che si lamentava per sciocchezze, gente che aveva problemi seri, mi mise in una grave situazione di crisi, per cui io veramente non dormivo la notte, e pensavo: oddio, quello starà bene… quello starà male… fammi chiamare la signora… e questo mi stressò enormemente, per cui, dopo alcuni mesi, non dormendo la notte, la mattina non avevo la forza di andare al lavoro.
Dr.ssa Rodriguez: Ti sei chiesta il perché? Dal momento che la tua formazione ti permetteva di fare una diagnosi e di disporre di protocolli terapeutici, per cui non c’era molto di tuo da investire
Replica: A parte il fatto che applicare delle regole a delle persone, poi non è detto che funzioni, non è matematico come ci hanno fatto credere all’università, non c’è nulla di matematico in medicina e nulla di scontato. La medicina non è una scienza esatta, nonostante quello che vogliono dire.
Dr.ssa Rodriguez: Direi che non è solo una scienza, infatti! Mentre noi con l’Omeopatia entriamo in un ambito che è scienza e arte contemporaneamente. Chi è il medico? Chi sono io? Ecco il primo punto su cui riflettere cercando di trovare una risposta, questo è il primo cambio di mentalità che dobbiamo fare per noi stessi e per il nostro lavoro, ma, se noi non operiamo questo cambiamento in noi, come pensiamo di poter procedere? Poi arriva qualcuno e ci dice: guarda, c’è questa preparazione, non intossica il paziente… perché ormai tutti i medici hanno paura di prescrivere, tutti, anche quelli più sicuri, anche quelli più bravi, tra gli allopati, e subito crediamo di avere la pozione magica per tutti i mali[6].
[1]Lezione Dr.ssa Rodriguez del 14/06/2004.
[2] Naturalmente è sotto gli occhi di tutti che la guarigione autonoma non sempre è possibile a causa della incapacità biologica intrinseca del singolo soggetto storico. In questi casi il rimedio omeopatico, senza sostituirsi all’opera della natura, fornisce al malato il contributo necessario, quando possibile clinicamente, al recupero dello stato di salute nella unità di corpo e spirito!
[3] Nella pratica clinica omeopatica si parla di “presa del caso” per indicare il percorso di indagine sul malato che porterà alla indicazione della terapia. Tutto ciò in quanto in medicina omeopatica si abbandona la semplice ricerca lineare della pratica convenzionale che ricerca la diagnosi di malattia nel suo ambito distrettuale. Il costrutto metodologico omeopatico si rivolge al “Soggetto”, persona umana, in risonanza di corpo, spirito, trascendenza nelle sue circostanze ambientali e quindi progettuali. Si passa perciò da una osservazione lineare della malattia a quella della complessità intrinseca nella visione umanistica del malato e tutto ciò viene esemplificato con: “presa del caso”.
[4] Il concetto di soppressione del sintomo è diverso da quello di guarigione. Quest’ultimo rappresenta il risultato di una cura unitaria adiuvante della sofferenza complessiva mentre la soppressione rappresenta l’azione diretta, lineare, sulla alterazione evidente che è frutto sempre di un tentativo di guarigione. Dai tempi di Ippocrate, medici attenti rispettavano le manifestazioni parcellari evitando la palliazione diretta. Si conosceva il rischio di repellere manifestazioni eliminative attraverso qualunque trattamento diretto! Lo stesso Hahnemann nel suo lavoro “Le malattie croniche” dal par. 53 riporta i danni descritti dalla medicina della vecchia scuola raccolte nelle cartelle di vari Ospedali, indicati esplicitamente, in cui si leggono le sequele, spesso gravi, osservate in seguito a soppressione diretta di manifestazioni acute ma soprattutto croniche.
[5] Nelle sue lezioni di omeopatia e di vita la Dottoressa creava nell’aula con i suoi discepoli un clima di unione dove cadevano le barriere del carattere e del comportamento di ciascuno. Regnava una unione senza gerarchie da cui, come vediamo, nasceva una unità di gruppo che veniva percepita come un abbandono cosciente e fraterno fra i presenti. Da qui le domande senza pregiudizi e le risposte della Dottoressa.
[6] Stralcio dal Capitolo 2 del libro: ADELE ALMA RODRIGUEZ UNA VITA PER L’OMEOPATIA raccolta inedita delle sue lezioni presso la LUIMO.

